Il dossier
Il business sui resti di kiev può già partire
All’ombra del cessate il fuoco - Che Affare. Oltre 500 mld per la ricostruzione, poi la svendita dei big statali e dei minerali critici: quel che Usa (e Russia) vogliono dallo sconfitto. E l’Europa guarda
Di Marco Palombi
La guerra, come tutti sanno, è anche un grande affare, il dopoguerra di più. L’Ucraina ovviamente non fa eccezione e ora che Donald Trump, checché si pensi della cosa, ha imboccato la strada per il cessate il fuoco, si ricomincia a parlare d’affari: scorrerà un fiume di denaro, “sarà il più grande cantiere del mondo”, come diceva già un paio d’anni fa la Camera di commercio ucraina, e quel che resta del patrimonio pubblico finirà – come al solito – al peggior offerente. Un breve riassunto della situazione.
La ricostruzione.
All’ultimo conteggio, reso noto ieri, di Banca mondiale, Onu e Ue solo rimettere in piedi quel che è danneggiato o distrutto costerà 524 miliardi di dollari in dieci anni: circa 84 per le case, 78 per i trasporti, 68 per commercio e industria, 64 per l’agricoltura, etc. La maggior parte delle distruzioni, ovviamente, è nei territori in cui si sta ancora combattendo: molti tra questi, però, non sono e non saranno in mani ucraine alla fine del conflitto. Basandosi sul rapporto 2024 di Banca mondiale e soci, un paio di settimane fa Bloomberg economics ha calcolato che, tolti i territori conquistati dai russi, il fabbisogno per la ricostruzione materiale si dimezza (circa 260 miliardi). La stessa fonte ha stimato che per ricostituire l’esercito ucraino in uomini e mezzi dopo tre anni di guerra serviranno 175 miliardi di dollari. Il Pil ucraino, per capirci sulle dimensioni della cosa, vale circa 190 miliardi e oggi è in larga parte sostenuto dagli aiuti esteri. Dal conto dei donatori, a quanto pare, vanno esclusi gli Stati Uniti: “Abbiamo già dato”, ha detto ieri Trump. I Paesi Ue, dal canto loro, vorrebbero usare gli oltre 200 miliardi di euro di riserve russe confiscate in Europa: senza un accordo che comprenda Mosca, però, l’Unione si esporrebbe non solo a ricorsi, ma anche a un rischio di fuga dei capitali (sottolineato anche dalla Bce).
I privati.
Una tale massa di capitali per la ricostruzione presuppone, ovviamente, la partecipazione di investitori privati, che secondo Banca mondiale & C. dovrebbero garantire il 90% dell’esborso. A Kiev si muovono già le grandi istituzioni finanziarie internazionali: la banca Usa JP Morgan aveva gestito due anni fa la ristrutturazione di 20 miliardi di debito pubblico ucraino e ha da tempo aperto un fondo dedicato alla ricostruzione, come pure ha fatto BlackRock, il più grande fondo d’investimento al mondo e principale consulente dell’amministrazione Zelensky. Risale all’estate scorsa, restando alle finanze pubbliche, la ristrutturazione di altri 23,6 miliardi di debito scaduto coi creditori (BlackRock, Pimco, Fidelity, Amundi, eccetera), gestita per conto di Kiev dalla banca franco-britannica Rothschild & C. e dallo studio legale statunitense White & Case. Il debito ucraino è ovviamente cresciuto durante i tre anni di guerra e oggi ha raggiunto il 100% del Pil, ma il problema è che Kiev – negli ultimi decenni paese esportatore – oggi soffre anche di un enorme deficit estero: il cambio della moneta è rimasto stabile (e l’inflazione sotto controllo) solo grazie all’enorme afflusso di capitali dall’estero.
Privatizzazioni.
Già nel 2023 il Fondo immobiliare ucraino stimava che almeno la metà delle 3.000 società statali fosse da privatizzare: operazione in parte già avviata durante la guerra. I pezzi pregiati, però, andranno via dopo il cessate il fuoco: alcune partecipate e/o quote di Naftogaz, la principale azienda energetica di Stato, come pure il 75% della società Turboatom (idroelettrico e nucleare), lunghe concessioni su infrastrutture di pregio come il porto di Odessa, i gasdotti o quelle per i trasporti.
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